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Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna: l’autonomia «differenziata» riavvia l’eterna altalena federalista

di Gianni Trovati

L'accordo firmato mercoledì fra il governo e le regioni sull'autonomia differenziata (e anticipato nei contenuti sul Quotidiano degli enti locali e della Pa di martedì 27 febbraio) è poco più di una bottiglia lanciata nell'oceano, senza sapere quali saranno le correnti elettorali che disegneranno il prossimo Parlamento chiamato a tradurre in pratica il trasferimento di competenze a Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Il voto di domenica non sarà indifferente, perché per dare davvero alle tre regioni più autonomia in fatto di tutela della salute, istruzione, politiche attive del lavoro, ambiente e rapporti con la Ue ci vorrà una legge votata da Camera e Senato a maggioranza assoluta dei componenti: il tutto mentre le urne, e la legge elettorale, promettono un quadro politico balcanizzato.
Detto questo, il segnale politico offerto dalla firma di oggi è senza dubbio importante, e dalla Liguria al Piemonte fino alla Campania già altre Regioni hanno detto con più o meno decisione di voler seguire la stessa strada. I referendum di ottobre in Lombardia e Veneto, anche se tecnicamente inutili per avviare il federalismo differenziato, si sono dimostrati politicamente decisivi per evitare di ripetere il buco nell'acqua di pochi anni fa, quando un'Italia a parole molto più “federalista” di quella attuale lasciò naufragare le trattative avviate con Piemonte, Lombardia e Veneto.
Ora però la firma ufficiale messa dal governo e dai presidenti di tre Regioni impone di decidersi davvero: l'Italia deve essere federalista o no? Non si può dimenticare che solo un anno e mezzo fa il dibattito era interamente occupato da una riforma costituzionale che, caduta sull'addio al vecchio Senato, prevedeva anche un drastico ritorno al centro di molte decisioni cancellando il lungo elenco di “competenze concorrenti” giudicato quasi unanimemente un obbrobrio giuridico e pratico. Ora l'altalena federalista, che oscilla in Italia da vent'anni, torna a pendere verso il decentramento, ma anche se il tema è quasi assente dalla campagna elettorale (ne parla pochissimo anche la Lega, non più “Nord”) è ora di mettere ordine: perché i lunghi anni di schizofrenia, tra finti trasferimenti di ministeri a Monza e tasse locali di nome ma nazionali di fatto introdotte in nome dell'emergenza, hanno creato un ibrido che non ha eguali in occidente. E che non funziona.


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