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Politiche di coesione unico strumento per tenere unito il vecchio continente

di Alessandro Vitiello

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Sessant'anni dalla firma dei Trattati di Roma sono un tempo sufficientemente lungo per tentare un bilancio dell'efficacia delle politiche di sviluppo e di coesione messe in atto dalla Comunità economica/Unione europea. Partendo dai dati concreti e senza lasciarsi condizionare più del dovuto dalle difficoltà politiche, economiche e sociali che l'Ue sta attraversando da ormai quasi 10 anni.
Le forze antieuropeiste presenti quasi in tutti i Paesi membri, che lo scorso anno hanno provocato addirittura l'uscita della Gran Bretagna dall’Unione, sono sicuramente il sintomo di un malessere diffuso in tutto il continente, ma pur riuscendo a interpretare il sentimento di disagio di molti cittadini europei non sembrano in grado di offrire soluzioni per migliorare il benessere e più in generale la qualità della vita di questi. Le ricette proposte dai campioni inglesi del “leave”, dai Lepennisti che invocano la Frexit o dai leghisti tuonanti contro la moneta unica, del resto, appaiono tutt'altro che convincenti.
Per immaginare e progettare il futuro dell’Ue, allora, vale la pena descrivere la realtà in termini di risultati economici, paramentri di sviluppo emano, indici di benessere e di qualità della vita, sicurezza, inclusione sociale.

La politica regionale
La politica regionale, che oggi è la principale strategia di investimento dell'Unione europea sostenendo la creazione di posti di lavoro, la competitività tra le imprese, la crescita economica, lo sviluppo sostenibile e il miglioramento della qualità della vita dei cittadini in tutte le regioni e le città, nasce già nel 1957 all’interno del trattato di Roma istitutivo della Cee.
La creazione della direzione generale dedicata è del 1968, mente bisogna attendere fino al 1975 perché venga alla luce il primo Fondo europeo di sviluppo regionale, che esiste tutt’ora.
Negli anni ’80, con l’entrata di Grecia, Spagna e Portogallo i fondi strutturali sono integrati in una politica di coesione generale che introduce alcuni principi chiave: attenzione alle regioni più povere e più arretrate, programmazione pluriennale e orientamento strategico degli investimenti , coinvolgimento di partner regionali e locali.
Il trattato di Maastricht (1993) è un’altra tappa decisiva, introducendo (oltre ai famigerati parametri economici da rispettare per far parte del «club euro») il Fondo di coesione, il Comitato delle Regioni e il principio di sussidiarietà. Le risorse dei fondi strutturali e di coesione continuano a crescere raggiungendo il valore di un terzo del bilancio Ue.
La strategia di Lisbona (2000) guarda a tre obiettivi principali: crescita, occupazione e innovazione, portando il bilancio a 213 miliardi. Gli anni successivi sono quelli del più vasto allargamento della storia dell’Unione, dieci Paesi dell’est e del sud Europa entrano nell’Ue, aumentandone la popolazione del 20% e modificando le priorità della politica di coesione.
L’ultima programmazione (2007-2013) punta tutto su ricerca e innovazione e su infrastrutture compatibili con l’ambiente. Il bilancio sale a 347 miliardi di euro.

Qualche numero
L’ultima programmazione conclusa nel 2013 è anche la più recente dalla quale poter desumere l’efficacia delle politiche Ue. I risultati sono molto diversi da Stato a Stato, ma già dai dati aggregati si possono capire molte cose: in quali progetti e come è stato speso il denaro, quali i risultati ottenuti, quali indicazioni si è potuto ricavare dall’analisi dei risultati raggiunti.
Il reddito pro capite, per cominciare, nelle regioni più povere dell'Unione europea è aumentato dal 60,5 % della media Ue nel 2007 al 62,7% nel 2010. I nuovi posti di lavoro, poi, secondo le stime di bruxelles dal 2007 al 2014 sono stati dieci milioni, mentre 2,4 milioni di cittadini sono stati sostenuti «nell’accesso all’occupazione» in tempi brevi.
Finanziamenti diretti sono stati erogati a 400mila imprese (di cui 121.400 start-up), che grazie a questo sostegno hanno creato 825mila posti di lavoro.
Consistenti anche gli incentivi alla ricerca: 94.955 i progetti finanziati, cui se ne aggiungono 33.556 di cooperazione, che sono valsi 41.600 nuovi posti di lavoro a lungo termine.
Poi, l’ambiente. Modernizzate le reti di approvvigionamento idrico, con benefici per 6 milioni di cittadini, mentre progetti di trattamento delle acque reflue hanno interessato oltre 6.8 milioni di persone. Nello stesso ambito, la crescita esponenziale della produzione di energia rinnovabile è uno dei dati che - raffrontati ai “muri di gomma” alzati da Usa e Cina sulla questione dei cambiamenti climatici in atto nel pianeta forse dà il senso di cosa significhi - pur in anni di minore prosperità rispetto al più recente passato - far parte dell’Unione europea.
Al netto di rigidità forse talvolta eccessive sui conti pubblici, la direzione delle politiche di coesione è ormai consolidata: sviluppo sostenibile, inclusione sociale, innovazione intelligente.


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