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Commissioni d'esame, i supplenti possono sostituire qualsiasi componente effettivo

di Massimiliano Atelli

La quarta sezione del Consiglio di Stato, con sentenza 19 gennaio 2017, n. 265, richiamando un recente precedente (Cons. Stato, sez. IV, n. 4406 del 2016), e riferendosi specificamente al tema della fungibilità o meno tra i membri titolari e supplenti delle commissioni e sottocommissioni degli esami di abilitazione forense, indipendentemente dalla provenienza professionale (forense, magistratuale e accademica), ai fini della legittimità della composizione, ha ribadito che negli organi collegiali ogni supplente può sostituire qualsivoglia componente effettivo.

Il principio di diritto
Secondo i giudici di Palazzo Spada, riguardo ai membri titolari e supplenti delle commissioni e sottocommissioni degli esami di abilitazione forense, sia nella disciplina previgente che in quella riformata, non emergono preclusioni, sul piano della ratio normativa e della sua ragionevolezza, a che i componenti titolari possano essere sostituiti da componenti supplenti appartenenti a diversa categoria professionale. L’articolo 47 della legge n. 247 del 1942, non impone infatti la regola dell’infungibilità delle tre categorie professionali. D'altra parte, l'articolo 22, comma 5, del Rdl n. 1578 del 1933, secondo il quale i supplenti intervengono nella commissione e nelle sottocommissioni in sostituzione di qualsiasi membro effettivo, continua a essere vigente, trattandosi di una norma generale, che afferma il principio di fungibilità tra membri effettivi e membri supplenti, non espressamente abrogata; interpretazione confortata dall’articolo 65 della legge n. 247 del 2012, secondo cui fino alla data di entrata in vigore dei regolamenti previsti nella presente legge, si applicano, se necessario e in quanto compatibili, le disposizioni vigenti non abrogate, anche se non richiamate. Il predetto principio di fungibilità tra membri effettivi e membri supplenti, non modificato dalla nuova disciplina, trova la sua ratio nella particolarità dell'istituto della supplenza volto ad assicurare lo svolgimento delle funzioni della Commissione in termini di effettività e tempestività, nel rispetto dei principi fissati dall'articolo 97 della Costituzione, atteso il rilevante interesse pubblico allo svolgimento delle sessioni di esami di abilitazioni professionali in termini di economicità e celerità nonché del principio di buon andamento dell'azione amministrativa.

Il caso
Nella specie, si controverteva sulla fungibilità o meno tra i membri titolari e supplenti delle commissioni e sottocommissioni degli esami di abilitazione, indipendentemente dalla provenienza professionale (forense, magistratuale ed accademica), ai fini della legittimità della composizione.

Argomenti, spunti e considerazioni
La decisione del Consiglio di Stato persuade appieno. La soluzione indicata dai giudici di Palazzo Spada è anzitutto conforme al principio di buon andamento di cui all'articolo 97 della Costituzione, atteso che, se i supplenti potessero sostituire solo i componenti effettivi indicati dallo stesso designante (negli organi collegiali, appunto, a composizione mista), ne discenderebbero intuitivi limiti operativi, per la (maggior) difficoltà di trovare date utili per le sedute dell'organo.
Inoltre, il principio della fungibilità tra membri effettivi e supplenti, indipendentemente dalla provenienza professionale o dalla coincidenza del rispettivo designante, sgombra il campo da un antico equivoco, frutto di non rari fraintendimenti: di regola, il componente è nominato da un soggetto terzo rispetto al vertice dell'amministrazione di appartenenza, cui è, parimenti di regola, riservato il ruolo di semplice designatore. Anche per questa ragione, il nominato porta nell'organo collegiale la sua "expertise" personale, e non incarna una rappresentanza organica degli interessi di settore rimessi alla cura del soggetto designante. Solo quest'ultima osterebbe alla fungibilità tra membri effettivi e supplenti, indipendentemente dalla provenienza professionale o dalla coincidenza del rispettivo designante, mentre la semplice expertise personale deve sempre cedere il passo alle ragioni di buon andamento della Pa.


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