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Classe dirigente cercasi

di Lina Palmerini

Non ci sono buone notizie per le prime prove di governo dei sindaci grillini. Era intuibile dopo le vicende di Roma che hanno messo sotto i riflettori Virginia Raggi ma misurarne la quantità, come ha fatto Ipr nel sondaggio per il Sole 24 Ore, mostra come quel patrimonio di fiducia si stia consumando in fretta. Nella Capitale meno 23% di consensi in pochi mesi, una batosta. E nelle altre città i sindaci sembrano aver deluso ugualmente anche senza la bufera mediatica e giudiziaria su Marra o sulla Muraro, senza i pregressi di un debito schiacciante o di inchieste sulla corruzione. Da Livorno a Ragusa, il Movimento scivola verso il basso della classifica, perdite consistenti come per Federico Piccitto che nella città siciliana aveva raccolto molto (69%) e oggi molto cede (è al 46%).

L'esperienza grillina
Il rischio che corre Grillo è chiaro. Più dei nuovi codici etici, più delle capriole sull'euroscetticismo, ciò che conta per gli elettori è che la promessa di cambiamento si realizzi nell'amministrazione del potere. Il marchio 5 Stelle ha avuto una forza tale da lanciare giovani sconosciuti dandogli un profilo di credibilità e di diversità ma nel salto dalle parole ai fatti non sta trovando le conferme necessarie. Tranne una: Chiara Appendino. Il sindaco di Torino, prima in graduatoria, diventa il volto più coerente di quelle aspettative, la figura più spendibile – almeno oggi – di un Movimento che aspira a Palazzo Chigi. E allora la domanda non è solo se questo basti a dare ai 5 Stelle la patente di forza di governo compensando il flop di Roma, ma se il caso-Appendino sia un "incidente" o possa diventare un metodo di selezione della classe dirigente.
È vero, il sindaco di Torino si confronta con un passato amministrativo che non è lo stesso di Roma ma la sua scommessa è vinta due volte, perché guadagna popolarità conquistando la fiducia anche di chi non l'aveva votata proprio per la sua capacità di dosare cambiamento e continuità. E dunque può diventare l'esempio giusto per adottare un approccio più strutturato nella selezione della classe politica? Se, cioè, dopo una prima fase convulsa, i 5 Stelle possano affinare una griglia più severa per scegliere i rappresentanti anche cominciando a giudicare i sindaci secondo criteri più attinenti alle capacità che non alla "fedeltà". Basta guardare Federico Pizzarotti che da Parma scala la classifica fino al terzo posto nonostante il suo strappo con il Movimento, come se ai cittadini importasse più la sua prova che non il segno dell'appartenenza. Insomma, questo rodaggio amministrativo mette sul tavolo l'urgenza di Grillo di far corrispondere a un programma una squadra capace di tradurlo nelle istituzioni. È il tema di tutti i partiti ed è la prova mancata di Matteo Renzi.
Non a caso ha perso le ultime due elezioni locali proprio per aver sottovalutato il grande vuoto della sua classe dirigente. E anche oggi, davanti alla debolezza di Roma e della Raggi, o davanti alla forza di Brugnaro a Venezia o della Appendino, non sembra ancora scattato il riflesso della rivincita, l'ambizione a un'opposizione credibile. I renziani discutono – invece - di data delle elezioni a giugno senza avere personalità pronte sui territori tanto più indispensabili se davvero si arriverà a un sistema con preferenze o con i collegi. È questa la riflessione che attende Renzi alla vigilia di una discussione sulla nuova legge elettorale: senza uno schema tipo Italicum e con le liste bloccate, torneranno a essere prevalenti le città, i loro rappresentanti, il radicamento sociale e politico dei partiti. Potrebbe tornare uno schema simile a quello che portò all'ascesa dei sindaci, da Rutelli a Chiamparino, da Veltroni a Bassolino. È questo lo scouting che tocca all'ex premier e questo sondaggio fornisce una traccia con qualche notizia positiva e alcune piuttosto negative.

I sindaci Pd
C'è una pattuglia di sindaci Pd che resta alta in classifica a cominciare da Dario Nardella a Firenze ma c'è un grande buco nero al Sud che è il tallone d'Achille del partito. Con l'eccezione di Salerno o Cagliari, tutto il resto è appannato, le uniche personalità sono i due Governatori del Sud Emiliano e De Luca che però sono surclassati da Enrico Rossi, Stefano Bonaccini, Sergio Chiamparino (tutti sopra il 50%). Territori presidiati perché ben amministrati, mentre il Mezzogiorno è sempre più sfuggente e la Sicilia – all'ultimo posto – potrebbe essere la prossima Caporetto per Renzi.

La destra
Anche la destra è in cerca dei suoi protagonisti, ne trova due tra i sindaci di Venezia e Lecce, ne trova di forti nelle Regioni. I Governatori leghisti svettano nella classifica, simboli di un Carroccio pragmatico e governativo, ben distanti dalle invettive del loro leader Salvini. Chi resta indietro è il partito del Cavaliere, il più sguarnito di personalità, il più assente dai territori, senza la tradizione del Pd, senza la spinta propulsiva dei 5 Stelle e senza il radicamento geografico della Lega. Un partito senza un profilo e per questo grande sostenitore – oggi – di una legge proporzionale dove l'identità conta meno, dove pesa l'alleanza giusta per governare dopo il voto.


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