osservatorio anci-ifel

A.A.A. cercasi agenda urbana nazionale

di Giorgia Marinuzzi e Walter Tortorella (*)

Tra le sfide territoriali delineate dall'Accordo di Partenariato (AdP) dell'Italia per l'impiego dei fondi strutturali 2014-2020 viene riconosciuta una centralità alla dimensione urbana quale «scala d'intervento» ottimale per lo sviluppo regionale. La strategia urbana comune da applicare nella definizione dei Programmi Operativi riguarda i servizi urbani, l'inclusione sociale e la produzione locale; i soggetti chiamati a realizzarla sono due categorie di «Autorità Urbane rilevanti» in grado di rappresentare gli «ambiti urbani che maggiormente possono giocare un ruolo di rafforzamento della competitività e capacità di innovazione del paese»: le città metropolitane (Roma Capitale, Bari, Bologna, Genova, Firenze, Milano, Napoli, Torino, Reggio Calabria, Venezia, Cagliari, Catania, Messina e Palermo) e le città medie (chiamate «nome per nome» nei singoli Po). È proprio sulla verifica del riconoscimento, nei Programmi Operativi 14-20, di una priorità strategica alle città che si concentra il paper «A.A.A. Cercasi agenda. urbana nazionale», di Marinuzzi, Tortorella, presentato oggi in occasione della 57.ma Riunione Scientifica Annuale della Società Italiana degli Economisti, presso l'Università Bocconi di Milano.

Il PON Metro e gli assi di sviluppo urbano
Per le città metropolitane la vera novità riguarda la creazione di uno specifico Programma Operativo Nazionale plurifondo (FESR e FSE), il PON Metro, con una dotazione di 893 milioni di euro, che eleva il ruolo delle città metropolitane nella gerarchia della governance dei fondi: non solo beneficiari ma anche organismi intermedi. Il riparto delle risorse tra le città non è uniforme, ma è calibrato in base all'appartenenza di queste alle tre categorie di regioni identificate per il ciclo 2014-2020, ossia «meno sviluppate», «in transizione» e «più sviluppate»: si tratta in media di 94 milioni di euro nel primo caso e di 40 milioni di euro nel secondo e terzo caso, risorse che per ammissione dello stesso AdP risultano «insufficienti a rispondere alle ampie sfide di sviluppo che caratterizzano territori così complessi».
Gli interventi destinati alle città metropolitane si devono però estendere anche nei POR 2014-2020. Ed in effetti dall'analisi dei testi dei Programmi Operativi Regionali FESR e FSE emerge che tra assi dedicati allo sviluppo urbano e ITI urbani si raggiunge la quota di 1,28 miliardi di euro (dotazione UE). È bene precisare che tale dotazione finanziaria non si esaurisce nelle città metropolitane, ma rappresenta l'esempio più palese della dimensione della strategia urbana all'interno dei POR.
Sulle città medie intervengono invece esclusivamente i POR: i Programmi hanno assegnato il ruolo di "Autorità Urbane" a circa 200 città (ogni regione è ricorsa a propri criteri di perimetrazione delle aree), ma attualmente, dall'analisi dei testi dei PO, non è possibile dedurre la quota di risorse che verrà assegnata loro. L'unica informazione certa ricavabile è che il 53% delle risorse UE di tutti i Programmi italiani FESR e FSE risulta, in fase programmatica, svincolata da specifici territori target e che oltre il 90% delle quote comunitarie è slegato da specifici meccanismi di erogazione territoriale delle risorse.

Alla ricerca dell'agenda urbana
In sintesi, poco meno della metà dei fondi strutturali cadrà in territori ben definiti ed individuati, con le città che diventano di fatto potenziali driver di sviluppo; così come più volte ribadito in sede comunitaria ma senza che l'Italia nel corso di questi anni abbia delineato una strategia urbana unitaria capace di incidere realmente sulla crescita del Paese. Invece, poco più della metà delle risorse Ue risulta al momento libera da vincoli territoriali e più concentrata su politiche pubbliche trasversali. Che tutto ciò coincida con una strategia di policy delle singole regioni è auspicabile, che vi sia stata un'azione coordinata nazionale, dopo l'esperienza deludente del Cipu, non sembra rilevarsi né nei fatti né nel risultato finale.
La vera novità per le aree urbane nel nuovo ciclo di programmazione sembra, quindi, essere soprattutto politica e di metodo. Inserendo, infatti, nell'Accordo di Partenariato un Programma Operativo Nazionale destinato alle città metropolitane il Governo ha inteso, ancora una volta, riconoscere queste ultime come istituzioni fondamentali per la ripresa del Paese. Dopo oltre un ventennio di programmazione regionale viene affidata alle città l'attuazione piena del principio di sussidiarietà, anche in fase di programmazione degli interventi oltre che di esecuzione degli stessi (seppure con risorse molto limitate). Certo, considerati i vincoli tematici e operativi particolarmente stringenti posti in sede di definizione del Programma, i primi Piani di intervento metropolitani stanno emergendo come dei "sottoPON" del PON Metro con una potenziale micro-frammentazione dei progetti, le cui risorse hanno più il sapore di ordinarietà che di aggiuntività.
Non va sottovalutato del resto, che il PON Metro nasce senza che l'Italia si sia mai data un'Agenda Nazionale per le aree urbane, arrivando al paradosso che oggi l'Accordo di Partenariato fa riferimento ad una fantomatica agenda urbana nazionale che di fatto non è mai stata scritta, tantomeno varata da nessun Governo. Al contrario l'agenda urbana nazionale rischia di palesarsi nel tempo come sommatoria di "enne" programmi/progetti privi di una reale strategia politica unitaria capace di far superare la sovrapposizione-contrapposizione tra priorità nazionali ed istanze locali.

(*) IFEL – Dipartimento Studi Economia Territoriale


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