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Censura al giudice che dice: «Sono una magistrato, mi tolga la multa»

di Patrizia Maciocchi

«Io sono un magistrato lei la multa me la deve togliere e basta». Questa frase rivolta da una toga al vigile che l'aveva multato per aver parcheggiato il suo Suv Bmw sul marciapiede di via del Tritone nel pieno centro di Roma, è costata al giudice la sanzione disciplinare della censura da parte del Csm. Una "punizione" che la Corte di cassazione (sentenza n. 18564, depositata ieri) avalla, alla luce di quanto emerso dagli atti. L'incolpato, infatti, non si era limitato alla pur grave affermazione del «lei non sa chi sono io» ma era andato oltre, esternando tutto il suo disprezzo per il lavoro del pubblico ufficiale che, dopo averlo giustamente "sanzionato", aveva avuto il "torto" di non voler stracciare il verbale. Il magistrato aveva continuato nel suo attacco «Ora capisco perché un cittadino, un delinquente poi vi mena. È giusto. Noi giudici sappiamo che le violenze e gli oltraggi li provocate per l''80% voi vigili…mi viene voglia di prenderti a schiaffi. Sappia che tutto questo avrà un seguito». E nel disinvolto passare dal lei al tu, non era mancato un apprezzamento sull'aspetto dello zelante vigile «Lei ha veramente una faccia di c…lo sa?».
I probi viri prima e la Cassazione poi ritengono veritiero il racconto fatto dalla parte offesa, nel senso più pieno del termine. Meno credibili le giustificazioni dell'incolpato che aveva parlato di un diverbio dovuto alla stanchezza dopo una giornata di lavoro, indotto anche dall'arroganza del vigile. Per la Cassazione, come per la commissione disciplinare del Csm, le frasi "incriminate" non potevano essere considerate solo un sfogo personale, perché rivelatrici «di una stratificata elaborazione di malanimo nei confronti del corpo dei vigili» oltre che «di un'acquisita concezione del proprio ruolo consona più al privilegio che al servizio». Per i giudici è sufficiente a gettare quel discredito sulla categoria dei magistrati che giustifica la sanzione della censura.


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