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L'assenza di fondi non esonera la Pa dal pagamento dei debiti

di Giovanni La Banca

La mancanza di disponibilità finanziarie su un apposito capitolo di bilancio non esime dall’onorare i debiti dell’amministrazione accertati mediante sentenza. Lo ha stabilito il Tar Lombardia, Brescia, con la sentenza n. 869 del 23 giugno 2016.

Il fatto
Con sentenza passata in giudicato, il ministero della Salute è stato condannato a pagare le somme spettanti a titolo di rivalutazione monetaria dell’indennizzo previsto dalla legge 25 febbraio 1992, n. 210 (cosiddetta legge Pinto) relativo all’irragionevole durata del processo. Il ministero, a distanza di anni, non aveva provveduto a effettuare tale pagamento, obbligando il privato ad agire in sede di ottemperanza.

La mancanza di disponibilità finanziarie
L’esecuzione della condanna relativa all’indennizzo della legge Pinto fa parte del termine complessivo del processo, rilevando ai fini del rispetto dell’articolo 6, par. 1, della Cedu. È ammissibile un periodo di tolleranza tra la data in cui il provvedimento del giudice diventa esecutivo e quella del pagamento, ma non può esservi normalmente un intervallo superiore a 6 mesi, in quanto tale indennità deve essere pagata tempestivamente da parte dello Stato inadempiente a partire dal momento in cui è stata definitivamente accertata la violazione. D’altra parte, l’eventuale mancanza di fondi non può costituire una giustificazione legittima per non adempiere e, in ogni caso, lo Stato italiano deve predisporre degli stanziamenti adeguati per rendere concretamente efficace il (già debole) rimedio Pinto.

La penalità di mora
Con la sentenza di ottemperanza può essere fissata, altresì, salvo che ciò sia manifestamente iniquo, e in assenza di ulteriori ragioni ostative, su richiesta di parte, la somma di denaro dovuta dal resistente per ogni violazione o inosservanza successiva, ovvero per ogni ritardo nell'esecuzione del giudicato, con una statuizione costituente titolo esecutivo. Di tal ché, non trova giustificazione l’atteggiamento dell’amministrazione che frapponga al soddisfacimento della pretesa del cittadino un ulteriore ritardo nella liquidazione dell’indennizzo previsto dalla legge Pinto. Viene, in tale caso, a determinarsi, oltre a un ingiustificabile ritardo nella definizione del giudizio, un nuovo e ulteriore arco temporale contraddistinto dalla passività dell’amministrazione al soddisfacimento di una pretesa creditoria cristallizzata in un titolo giudiziale, assistito da attuale esecutività.      

La quantificazione del risarcimento
La proporzionalità del risarcimento rispetto alla durata del ritardo è il criterio più funzionale ai fini dell’ottemperanza, in quanto suscettibile di ingenerare nell’amministrazione un meccanismo sollecitatorio e/o incentivante ai fini del pagamento dell’indennizzo, rendendo significativamente oneroso il protrarsi dell’inerzia. Sicché, la quantificazione del pregiudizio risarcibile ben può essere effettuata prendendo a riferimento la commisurazione degli interessi moratori dovuti dall’amministrazione per il ritardo nel pagamento delle somme liquidate. Tale misura dovrà essere corrisposta a titolo di risarcimento del danno da ritardo, a carico dell’amministrazione, a far tempo dalla notificazione del titolo giudiziario in forma esecutiva e fino all’effettivo soddisfacimento del credito.

Le responsabilità del privato
Il ritardo nella proposizione del ricorso di ottemperanza, anche se proposto entro il termine prescrizionale di dieci anni, può influire sulla determinazione del danno, atteso che, se l’indugio nell’adempimento rimane pur sempre imputabile all’amministrazione, nondimeno il deficit attenzionale della parte (che abbia omesso una tempestiva attivazione del rimedio dell’ottemperanza) produce effetti sulla quantificazione del pregiudizio. In tal senso, un ingiustificato ritardo del privato nell’attivazione dei meccanismi processuali volti a conseguire l’attuazione del giudicato, deve rientrare tra i comportamenti “negligenti” e, conseguentemente, può comportare una riduzione del risarcimento nella misura equitativamente apprezzata dall’organo di giustizia.


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