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Legittima la sanzione penale per i candidati alle amministrative che aggirano i divieti di propaganda

di Giuseppe Nucci

Con la sentenza n. 79 del 7 aprile 2016, la Corte costituzionaleha confermato la legittimità della sanzione penale a carico delle Pa che violano il divieto di svolgere attività di propaganda elettorale nei trenta giorni antecedenti l’inizio della campagna per le elezioni amministrative locali.

L’eccezione di costituzionalità
Oggetto del giudizio di costituzionalità è la norma che sanziona con una multa le pubbliche amministrazioni che svolgano «attività di propaganda di qualsiasi genere, anche se inerente alla rispettiva attività istituzionale, nei trenta giorni antecedenti l’inizio della campagna elettorale» per le consultazioni amministrative locali (articolo 29, comma 5, legge 25 marzo 1993, n. 81: «Elezione diretta del Sindaco, del presidente della Provincia, del Consiglio comunale e del Consiglio provinciale»).
In particolare, secondo il giudice rimettente, la disposizione violerebbe l’articolo 3 della Costituzione, in quanto determinerebbe un trattamento sanzionatorio irragionevolmente difforme rispetto alla corrispondente fattispecie riferita alle elezioni regionali, politiche ed europee (articolo 9 della legge 22 febbraio 2000 n. 28) che invece non prevede alcuna sanzione.
La questione è stata dichiarata infondata sostanzialmente perché le fattispecie poste a raffronto non sono state ritenute omogenee.

I chiarimenti della Consulta
Nel corpo della sentenza la Corte costituzionale si sofferma sulle due norme fondamentali «di sistema», fornendo utili chiarimenti.
La prima norma è l’articolo 9, comma 1, della legge n. 28 del 2000, secondo il quale dalla data di convocazione dei comizi elettorali e fino alla chiusura delle operazioni di voto è fatto divieto a tutte le Amministrazioni pubbliche di svolgere attività di comunicazione ad eccezione di quelle effettuate in forma impersonale ed indispensabili per l’efficace assolvimento delle proprie funzioni.
Tale disposizione è inserita nel contesto di un’organica disciplina della comunicazione politica, dettata per i periodi di campagna elettorale relativi ad ogni tipo di consultazione ed elezione. Essa:
-       fa divieto alle Amministrazioni pubbliche di «svolgere attività di comunicazione» durante tali periodi;
-       ha come ratio quella di evitare che le Pubbliche amministrazioni forniscano, attraverso modalità comunicative e contenuti informativi non neutrali, «una rappresentazione suggestiva, a fini elettorali, dell’amministrazione e dei suoi organi titolari» (sentenza n. 502 del 2000); in sostanza il divieto mira ad evitare che la comunicazione istituzionale delle Amministrazioni venga piegata ad obiettivi elettorali, promuovendo l’immagine dell’Ente, dei suoi componenti o di determinati attori politici, in violazione degli obblighi di neutralità politica degli apparati amministrativi (articolo 97 Cost.) e della necessaria parità di condizione tra i candidati alle elezioni e della libertà di voto degli elettori (articolo 48 Cost.);
-       non intende impedire in assoluto le attività di comunicazione: le consente, purché siano effettuate in forma impersonale e risultino indispensabili per l’efficace assolvimento delle funzioni attribuite alle Amministrazioni pubbliche, alla luce della necessaria informazione dei cittadini e degli obblighi di trasparenza gravanti sulle Amministrazioni stesse;
-       prevede che il divieto sia soggetto al controllo e al potere sanzionatorio amministrativo dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, in base all’articolo 10, comma 8, della stessa legge n. 28 del 2000.
La seconda norma su cui la Suprema Corte si sofferma – oggetto del vaglio di costituzionalità - è l’articolo 29, comma 6, della legge n. 81 del 1993, contenente il divieto assistito dalla sanzione penale, che si riferisce alla propaganda «di qualsiasi genere». Tale divieto:
-       riguarda condotte ulteriori e diverse rispetto a quelle poste in essere nello svolgimento delle funzioni istituzionali dell’Amministrazione;
-       pur essendo testualmente rivolto anch’esso – come la norma precedente - alle Pubbliche amministrazioni, per il principio della personalità della responsabilità penale, ha come destinatari i soggetti titolari di cariche pubbliche a livello locale che, se candidati, devono svolgere l’attività di propaganda elettorale al di fuori dell’esercizio delle proprie funzioni istituzionali e senza utilizzare mezzi, risorse, personale e strutture assegnati alle Amministrazioni di appartenenza;
-       ha come arco temporale di efficacia l’intervallo tra la data di convocazione dei comizi elettorali e la chiusura delle operazioni di voto a differenza della fattispecie precedentemente esaminata che in cui il divieto è operante dai trenta giorni antecedenti l’inizio della campagna elettorale fino alla sua conclusione.


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