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La fusione fra partecipate non legittima gli aumenti ai compensi degli amministratori

di Francesco Clemente

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

La fusione per incorporazione di partecipate pubbliche, anche se può implicare un aumento delle attività lavorative, non può dar diritto all'aumento dei compensi per gli amministratori oltre gli attuali limiti di legge poiché la delega Madia per il riordino della disciplina delle partecipazioni societarie delle Pa (articolo 18 della legge 124/2015) sarà definita solo in fase attuativa con l'approvazione del relativo decreto legislativo. È il parere della delibera 71/2016 della Corte dei conti, sezione di controllo per la Lombardia, sull'ipotesi del Comune di Milano di aumentare le indennità di risultato agli organi amministrativi della Metropolitana milanese dopo l'operazione d'incorporazione della Mir srl.

La richiesta del Comune
Secondo il Comune il rialzo, anche se non potrebbe portare a superare il doppio dei compensi annuali, già tagliati del 20% rispetto alla quota del 2013, in questo caso sarebbe giustificato dal taglio dei costi generali e dall'aumento delle attività gestionali.
Come spiegato lo scorso anno allo stesso Comune sull'ipotesi di un riassetto aziendale con nuova unità organizzativa (delibera 88/2015), la sezione ha ribadito anche per questo caso l'inderogabilità dei limiti stabiliti dalla Finanziaria 2007 (comma 725 della legge 296/2006) e di quelli fissati nel decreto «spending review bis» dalle disposizioni per la riforma della Pa (articolo 4, comma del Dl 95/2012, fissato dall'articolo 1, comma 1 del Dl 90/2014). Secondo la Corte, la delega Madia fissa infatti solo criteri attuativi generali, vincolando assunzioni e retribuzioni al contenimento dei costi, oltre a prevedere compensi variabili in base ai risultati. Essendo dettami generali, non si possono perciò «trarre conclusioni in ordine a quali saranno le disposizioni che verranno definitivamente inserite nel decreto legislativo».

Il tetto inderogabile
In base quindi al quadro normativo applicabile, il compenso per ciascun amministratore di società a totale partecipazione pubblica non può superare per il presidente del cda il 70% e per i componenti il 60% della retribuzione del sindaco dell'ente partecipante, e con un totale annuo che dal 1° gennaio 2015 non può essere superiore all'80% di quanto speso nel 2013. Stando poi al parere precedente, questi paletti sono validi anche nel caso in cui la società partecipata ottenga utili dopo aver aumentato le proprie competenze: in questo caso, in particolare, la sezione ha bocciato l'ipotesi di un'indennità di risultato al presidente del cda che implichi uno sforamento della spesa storica del 2013 anche se rispetta il tetto del 70% della retribuzione del primo cittadino.
Per la Corte, infatti, la tassatività di questi limiti «impone che trovino applicazione anche in caso di fusione di organismi partecipati dal medesimo ente locale» e lo stesso legislatore nella delega (articolo 18, lettera e) «ha indicato quale criterio ispiratore la razionalizzazione delle politiche retributive finalizzate al contenimento dei costi e "la previsione che i risultati economici positivi o negativi ottenuti assumano rilievo ai fini del compenso economico variabile degli amministratori in considerazione dell'obiettivo di migliorare la qualità del servizio offerto ai cittadini e tenuto conto della congruità della tariffa e del costo del servizio"», per cui «è indubbio, quindi, che la tassatività dell'attuale previsione legislativa non può che essere superata o diversamente modulata solamente dal legislatore».


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