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Giunte senza parità di genere solo se l'impossibilità di rispettarla è documentata

di Amedeo Di Filippo

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Il rispetto delle quote rosa è un principio garantito dalla Costituzione e può essere derogato solo per garantire la continuità dello svolgimento delle funzioni politiche, quando l'impossibilità di assicurare la presenza dei due generi sia adeguatamente provata tramite un'accurata e approfondita istruttoria e un'altrettanto adeguata motivazione. Lo ha ribadito la quinta sezione del Consiglio di Stato con la sentenza 406/2016, che si è pronunciata sulle condizioni necessarie per derogare al comma 137 della legge Delrio secondo cui nelle giunte dei Comuni con popolazione superiore a 3mila abitanti nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura inferiore al 40%.

La vicenda
La questione riguarda la nomina di una giunta composta da cinque assessori, uno solo dei quali di genere femminile. Il Tar ha accolto il ricorso proposto dalla consigliera di parità regionale e annullato il decreto sindacale, ritenendo violato il comma 137 della legge 56/2014, in quanto avrebbe dovuto essere assicurata la presenza di almeno due assessori di genere femminile.
Il Comune si è appellato ma il Consiglio di Stato ha salvato la pronuncia di primo grado. Il primo motivo coinvolge l'articolo 51 della Costituzione, che garantisce le pari opportunità tra uomini e donne; principio che secondo i giudici ha trovato puntuale attuazione nel comma 137 della riforma Delrio, che rappresenta un ineludibile parametro di legittimità degli atti anche se adottati prima della sua entrata in vigore.

Quando è possibile la deroga
Il problema è se possa esistere una qualche situazione eccezionale tale da consentire di derogare al limite posto dalla norma, in modo che la giunta comunale possa ritenersi legittimamente costituita anche se non si rispetta il 40%. La sezione mette a tal fine in parallelo il principio di pari rappresentanza di genere con quello della continuità delle funzioni politico-amministrativo, che a detta dei giudici costituisce «un elemento cardine del vigente ordinamento giuridico, sia con riferimento al principio di democraticità, sancito dall'articolo 1, sia con riferimento al principio di legalità, imparzialità e di buon andamento di cui all'articolo 97 della Costituzione».
La linea di demarcazione – o di congiunzione – sta nell'evidenza che l'oggettiva impossibilità di assicurare la presenza dei due generi non può pregiudicare la funzionalità dell'organo, a condizione che questa impossibilità sia adeguatamente provata tramite un'accurata e approfondita istruttoria ed altrettanto adeguata e puntuale motivazione del provvedimento sindacale di nomina degli assessori.

La motivazione
Nel caso di specie, i giudici hanno ritenuto non provata la situazione di obiettiva e assoluta impossibilità di rispettare la percentuale di genere femminile nella composizione della giunta, in quanto non hanno trovato riscontro documentale della preventiva ricerca di personalità femminili cui affidare le funzioni assessorili, tale non potendo essere considerata la produzione di due atti scritti di rinuncia all'incarico proposto. Né hanno ritenuto sufficientemente provata la circostanza che le uniche personalità femminili che avrebbero potuto ricoprire la carica assessorile fossero quelle che, interpellate, hanno rinunciato. D'altra parte, concludono, la natura fiduciaria della carica assessorile non può nemmeno giustificare la limitazione di un eventuale interpello alle sole persone appartenenti allo stesso partito o alla stessa coalizione che ha espresso il sindaco, soprattutto in realtà locali non particolarmente estese.

Le nuove regole per i consigli regionali
Le conclusioni del Consiglio di Stato giungono a ridosso dell'avvenuta approvazione delle modifiche all'articolo 4 della legge 165/2004, sulla rappresentanza di genere nei consigli regionali (si veda Il Quotidiano degli enti locali e della Pa del 4 febbraio). Viene in particolare introdotta al comma 1 la lettera c-bis, mediante la quale si impone alle Regioni di disciplinare il sistema di elezione del presidente e dei consiglieri in modo da garantire la promozione delle pari opportunità nell'accesso alle cariche elettive. Obiettivo che viene perseguito con le seguenti modalità:
• se la legge elettorale prevede l'espressione di preferenze, in ciascuna lista i candidati devono essere presenti in modo tale che quelli dello stesso sesso non eccedano il 60% del totale e sia consentita l'espressione di almeno due preferenze, di cui una riservata a un candidato di sesso diverso, pena l'annullamento delle preferenze successive alla prima;
• se sono previste liste senza espressione di preferenze, si deve disporre l'alternanza tra candidati di sesso diverso, in modo che non eccedano il 60% del totale;
• se sono siano previsti collegi uninominali, occorre perseguire l'equilibrio tra candidature presentate col medesimo simbolo in modo tale che i candidati di un sesso non eccedano il 60% del totale.


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