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Ottemperanza: astreinte anche per le sentenze di condanna pecuniarie della Pa

di Giovanni La Banca

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

La misura prevista dall'articolo 114, comma 4, lettera e) del Codice del processo amministrativo va, considerata applicabile anche alle sentenze di condanna pecuniarie della Pa trattandosi di un modello normativo caratterizzato da importanti differenze rispetto alla previsione di cui all'articolo 614-bis del Codice di procedura civile (applicabile solo alla violazione di obblighi di fare infungibile o di non fare).
Tale disposizione assolve, infatti, a una finalità sanzionatoria e non risarcitoria in quanto non è volta a riparare il pregiudizio cagionato dall'esecuzione della sentenza ma a sanzionare la disobbedienza alla statuizione giudiziaria e stimolare il debitore all'adempimento. (Tar Lazio, Roma, sezione 1-quater, sentenza 7 dicembre 2015, n. 13737).

Il mancato pagamento dell'indennizzo e l'astreinte
L'astreinte è uno strumento fortemente innovativo, in precedenza sconosciuto nell'ambito del diritto amministrativo e finalizzato a sollecitare la parte soccombente all'esecuzione delle statuizioni contenute in sentenza.
La fonte ispiratrice della figura in questione è rinvenibile nel principio di effettività, sancito dal primo articolo del Codice del processo amministrativo, che, nella specie, si realizza con il complessivo rafforzamento della fase attuativa della sentenza di cognizione.
L'articolo 114, comma 4, lettera e) del Codice del processo amministrativo prevede che il giudice, in caso di accoglimento del ricorso, salvo che ciò sia manifestamente iniquo, e se non sussistono altre ragioni ostative, fissa, su richiesta di parte, la somma di denaro dovuta dal resistente per ogni violazione o inosservanza successiva, ovvero per ogni ritardo nell'esecuzione del giudicato.
Tale statuizione costituisce titolo esecutivo. Si tratta della astreinte, istituto che si applica anche nel caso in cui l'obbligo di cui si chiede l'adempimento consista in un'obbligazione e che introduce nel processo amministrativo la cosiddetta penalità di mora, già regolata per il processo civile, con riguardo alle sentenze aventi per oggetto obblighi di fare infungibile o di non fare, dall'articolo 614-bis del Codice di procedura civile, aggiunto dall'articolo 49 della legge 18 giugno 2009, n. 69.
Anche con la sentenza di ottemperanza, può invero essere fissata, salvo che ciò sia manifestamente iniquo, e in assenza di ulteriori ragioni ostative, su richiesta di parte, la somma di denaro dovuta dal resistente per ogni violazione o inosservanza successiva, ovvero per ogni ritardo nell'esecuzione del giudicato, con una statuizione costituente titolo esecutivo.
Nel processo amministrativo, inoltre, l'istituto presenta una portata applicativa più ampia che nel processo civile, in quanto l'articolo 114, comma 4, lettera e) del Codice del processo amministrativo non ha riprodotto il limite, stabilito della norma di rito civile, della riferibilità del meccanismo al solo caso di inadempimento degli obblighi aventi per oggetto un non fare o un fare infungibile.
Detta soluzione va ricondotta alla peculiarità del rimedio dell'ottemperanza che, grazie al potere sostitutivo esercitabile dal giudice in via diretta o mediante la nomina di un commissario ad acta, non trova, a differenza del giudizio di esecuzione civile, l'ostacolo della non surrogabilità degli atti necessari al fine di assicurare l'esecuzione in re del precetto giudiziario.
Ne deriva che, nel sistema processuale amministrativo, tale strumento non mira a compensare gli ostacoli derivanti dalla non diretta coercibilità degli obblighi di contegno sanciti dalla sentenza del giudice civile mentre del rimedio processuale civilistico è volto alla generale finalità di dissuadere il debitore dal persistere nella mancata attuazione del dovere di ottemperanza.

L'attività ‘esecutiva' della Pa
Rispetto all'inadempimento dell'obbligazione di pagare una somma di denaro portata da titolo esecutivo giudiziale e in vista dell'applicazione della penalità di mora, è concedibile all'Amministrazione un termine di ‘tolleranza' di sei mesi, la cui decorrenza va individuata con riferimento alla data in cui il titolo giudiziale recante la condanna al pagamento di una somma di denaro a titolo di indennizzo, munito della prescritta formula esecutiva, è stato notificato nei confronti dell'Amministrazione soccombente. Scaduto tale semestre nulla osta, anche in carenza di attualità di disponibilità di risorse finanziarie sul pertinente capitolo, alla condanna dell'Amministrazione al pagamento, a cagione del ritardo, di una somma di danaro in favore del creditore.

L'entità del risarcimento
La quantificazione di tale somma può essere effettuata prendendo a fondamento il parametro, individuato dalla CEDU con riferimento alla commisurazione degli interessi moratori dovuti dall'Amministrazione per il ritardo nel pagamento delle somme liquidate, dell'interesse semplice ad un tasso equivalente a quello delle operazioni di rifinanziamento marginale della Banca centrale europea applicabile durante tale periodo, aumentato di tre punti percentuali.
Ai sensi dell'articolo 1227, comma 2 del Codice civile non è ininfluente nella considerazione della misura del risarcimento la tempestiva attivazione da parte del creditore del rimedio dell'ottemperanza.
Detta misura – e, quindi, il tasso sopra individuato, da applicare sulla sorte capitale dovuta a titolo di equa riparazione – dovrà essere quindi corrisposta, a carico dell'Amministrazione, a far tempo dal giorno della comunicazione o notificazione dell'ordine di pagamento formulato dal giudice dell'ottemperanza, fino all'effettivo soddisfacimento del credito.
Una volta che il giudice smministrativo ha assegnato un termine per dare corretta esecuzione alla sentenza esecutiva, scaduto lo stesso, in mancanza di provvedimenti che concretino esatto adempimento del giudicato, il procedimento di ottemperanza assume contorni simili a una esecuzione forzata ex articolo 2932 del Codice civile. Conseguentemente, il giudice amministrativo assume pienezza di poteri per la concreta esecuzione del giudicato, in via diretta o tramite un Commissario, restando l'Amministrazione esautorata dai suoi originari poteri, con possibilità per il giudice di sovrapporre agli atti posti in essere dalla Amministrazione le proprie concrete determinazioni, ovvero di appropriazione in via confermativa.
Il Commissario ad acta, può provvedere, in via sostitutiva, nell'ulteriore termine che sarà fissato, adottando tutte le determinazioni e tutti gli atti ritenuti opportuni e necessari per l'integrale esecuzione del giudicato.
Non sono, invece, dovute le spese per il precetto o per altri atti relativi al procedimento di esecuzione forzata ex articoli 474 ss. del Codice di procedura civile; né sono dovute altre somme a titolo di risarcimento ulteriori o diverse rispetto a quelle di cui al precedente capoverso.


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