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Per il rimborso spese ai consiglieri conta la residenza anagrafica

di Andrea Alberto Moramarco

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Il consigliere regionale che, al fine di ottenere il rimborso per il carburante, dichiara di risiedere in un Comune diverso da quello in cui ha sede il Consiglio, nel quale in realtà dimora abitualmente, non può essere condannato per falso in atto pubblico e truffa aggravata se la legge regionale prevede come requisito per il rimborso la residenza in luogo diverso dal capoluogo regionale. Il concetto di residenza può essere infatti interpretato come «residenza anagrafica» e non esclusivamente come «dimora abituale». Tuttavia, la norma può essere sottoposta a sindacato di legittimità costituzionale. Questo chiarimento arriva dalla Cassazione con la sentenza n. 47772, depositata ieri.

I fatti
La vicenda ha come protagonisti quattro consiglieri della Regione Basilicata imputati per i reati di cui agli articoli 483 e 640 del codice penale, per aver attestato falsamente, in dichiarazioni autocertificate presentate all'ente regionale, di avere la residenza in un luogo diverso da Potenza, cioè la sede del Consiglio regionale, al fine di ottenere per gli anni 2004-2008 il rimborso delle spese sostenute per raggiungere la città capoluogo. Nella specie, la legge regionale 38/2002 prevedeva una restituzione forfetaria delle spese sostenute per i costi di carburante per tutti i consiglieri che avessero la residenza in un Comune diverso da Potenza e che fossero sprovvisti di auto di servizio.
Da indagini effettuate dalla polizia giudiziaria e dai tabulati telefonici era emerso che i quattro consiglieri dimorassero stabilmente a Potenza, ragion per cui non avrebbero avuto diritto al rimborso. I consiglieri, dal canto loro, si difendevano invocando l'assenza di dolo nella loro condotta, tenuta in completa buona fede, data la costante prassi interpretativa a loro favorevole degli anni precedenti. A ciò si aggiungeva anche un importante dato normativo, ovvero la legge regionale 21/2009 – intitolata di interpretazione autentica della legge 38/2002 – con la quale il legislatore regionale statuiva che per residenza ai fini del rimborso spese in questione dovesse intendersi la residenza anagrafica.

La sentenza d'appello
I giudici d'appello, confermando la sentenza di primo grado, avevano condannato i consiglieri in virtù di due considerazioni. In primo luogo, essi ritenevano che la legge del 2009 avesse carattere innovativo, cioè valevole per il futuro, e non interpretativo, seppur recante nel titolo la dicitura «interpretazione autentica», in considerazione dell'assenza di «insanabili contrasti interpretativi di natura giurisprudenziale» che solitamente precedono l'emanazione di una legge di tale portata. In secondo luogo, la Corte d'appello affermava che il concetto di "residenza" espresso nella legge regionale sui rimborsi doveva necessariamente intendersi come "stabile dimora", per non contrastare con il principio di ragionevolezza di cui all'articolo 3 della Costituzione, in quanto la ratio della previsione deve essere individuata nella restituzione delle «spese sostenute per spostarsi dal luogo di stabile ed effettiva permanenza».

La decisione della Corte
La questione passa così al vaglio della Cassazione che sconfessa il ragionamento seguito dai giudici di merito e rinvia la decisione ad altra Corte d'appello. Il tema dirimente per i giudici di legittimità sta nella corretta qualificazione della legge del 2009, che non ha carattere innovativo, bensì di interpretazione autentica, come indicato nel titolo dallo stesso legislatore regionale, essendo del tutto «apodittica e non riscontrata dalla realtà» la tesi per cui questo tipo di leggi presupporrebbe dei precedenti contrasti giurisprudenziali. Ciò posto, tale legge «ha attribuito al termine generico di "residenza" il significato specifico di "residenza anagrafica", il quale è certamente ricompreso nel novero di significati che il primo termine può in concreto assumere», accanto a quello di stabile dimora. In altri termini, osserva la Corte, il legislatore regionale ha scelto un significato che pare «ragionevole rispetto al termine di riferimento» nel contesto normativo in cui è inserito.
Discorso diverso invece riguarda l'eventuale riscontro di profili di incostituzionalità della regola interpretativa così configurata. Il significato di "residenza anagrafica" applicato a tale fattispecie può infatti apparire irragionevole ai sensi dell'articolo 3 della Costituzione, «in quanto attributivo di un diritto al rimborso per spese non sostenute». Ma tale aspetto può essere fatto valere sollevando una questione di legittimità costituzionale e non invece stravolgendo la valenza interpretativa della legge stessa.


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