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Nelle Regioni in ritardo la riforma Delrio sarà applicata dai commissari del Governo

di Gianni Trovati

Prima la minaccia delle sanzioni finanziarie, per le Regioni che arriveranno al 31 ottobre senza aver attuato la riforma delle Province. Poi il commissariamento, se la resistenza passiva proseguirà anche dopo gennaio 2016. In questi casi, a riorganizzare gli ordinamenti locali ci penserà un commissario di Palazzo Chigi, che sposterà in Regione tutte le funzioni «non fondamentali» di Province e Città.

In ritardo
La manovra interviene quindi anche ad affinare le armi per tradurre in pratica la riforma Delrio, visto che la «collaborazione istituzionale» avviata con l'accordo del settembre 2014 non ha portato molti frutti. Ancora oggi, otto Regioni su 15 a Statuto ordinario non hanno completato le leggi che ridisegnano le funzioni locali e che di conseguenza dovrebbero spostare il personale dai vecchi enti di area vasta. Ma ora, con i decreti sulla mobilità che hanno terminato il loro iter, per il Governo è tempo di accelerare, anche per evitare la diffusione dei casi di dissesto fra le Province e le Città metropolitane che hanno subito il taglio miliardario disposto dalla manovra dell'anno scorso. Nel tentativo di risolvere i problemi di bilancio è intervenuto il decreto enti locali, secondo il quale le Regioni inadempienti dovranno mettere mano al portafoglio e pagare i costi di funzioni e personale rimasti a carico delle Province proprio a causa del mancato riordino. La scadenza è fra otto giorni, ma c'è da scommettere su una forte opposizione da parte dei Governatori, già alle prese con grossi problemi di bilancio e con le incognite sul varo effettivo del salva-Regioni, il meccanismo per spalmare i disavanzi creati dagli errori di contabilizzazione delle anticipazioni di liquidità ottenute dall'Economia per pagare i fornitori. Con premesse di questo genere, è scontata l'opposizione dei Governatori a una norma non semplice da far dialogare con la loro autonomia finanziaria. La manovra gioca allora la carta del commissariamento.

Il meccanismo
Dove le riforme locali saranno latitanti anche dopo fine gennaio, dovrà intervenire un commissario governativo, che anche senza l'accordo con le Regioni (la norma parla di una semplice consultazione) dovrà attuare la riforma che i territori hanno lasciato a bagnomaria. Naturalmente il commissario non potrà decidere da solo come redistribuire servizi locali e dipendenti, quindi la sua "riforma" dovrà portare in Regione tutte le funzioni «non fondamentali» di Province e Città metropolitane: per quel che riguarda il personale, dovrà fare i conti con le «capacità assunzionali» dei vari enti territoriali, dal 2016 ridotte dal turn over al 25% previsto dalla manovra per tutta la Pubblica amministrazione (si veda anche Il Sole 24 Ore di ieri). Ma per sfoltire l'elenco degli "esuberi" in lunga attesa di ricollocazione la manovra arruola anche il ministero della Giustizia, prevedendo che il personale collocato in posizione utile nel bando lanciato nei mesi scorsi da Via Arenula sia inquadrato entro fine gennaio nell'organico ministeriale, cancellando l'obbligo di assenso da parte dell'ente di provenienza.

Altri mille alla Giustizia
In linea con i programmi già fissati dalla legge di stabilità 2015, poi, la Giustizia dovrà acquisire nei prossimi due anni un contingente di altre mille persone, sempre provenienti da Province e Città, per «supportare il processo di digitalizzazione in corso presso gli uffici giudiziari». Questa accelerazione suona come un tentativo urgente di evitare il fallimento a catena delle Province, dopo che il taglio aggiuntivo da 750 milioni in programma per l'anno prossimo è stato ridotto di soli 150 milioni, da destinare a edilizia scolastica e strade (quello da 250 milioni per le Città è stato invece azzerato). Una conferma della febbre dei bilanci, e del rischio stipendi per il personale di alcune Province, arriva dalla stessa manovra, che convoglia 100 milioni di euro per sostenere le buste paga dei dipendenti in attesa di spostamento.


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