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Il presidente della Toscana Enrico Rossi: «Serve un regionalismo differenziato»

di Roberto Turno

Bene le riforme col nuovo titolo V sul federalismo, ma ora si deve guardare più avanti. A un «regionalismo differenziato» con tanto di autonomie speciali per materie alle regioni che lo chiederanno e lo meriteranno, da commissariare in caso di fallimento. Enrico Rossi, governatore della Toscana, rilancia la partita della riforma delle regioni, anche del loro accorpamento. Ma accusa anche lo Stato dei suoi fallimenti sul federalismo. E lancia il sasso per la riorganizzazione della forma-partito. Magari in vista di una candidatura per l'elezione del segretario Pd nel 2017.

Enrico Rossi, vi aspettavate le dimissioni annunciate dal presidente Chiamparino?
Sono rimasto molto colpito. Ho usato tutti gli argomenti possibili perché non si dimettesse. Mi auguro che sia una situazione recuperabile. Chiedo al Governo di intervenire perché tutto rientri. Intanto le regioni sono sotto assedio: dalle riforme alle accuse di aver fatto fallire la sanità col federalismo. Sulla sanità intanto faccio notare che l'Italia rispetto agli altri paesi Ue ha un livello di spesa assai inferiore - con questa manovra va al 6,6% del Pil - è che è ancora tra lei migliori al mondo. La stessa Corte dei conti ha riconosciuto che il Ssn ha contribuito al risanamento dei conti pubblici in maniera consistente. Le regioni hanno tante responsabilità, ma anche qualche merito.

La sanità resta un nervo scoperto. Bastano i fondi della manovra?
È una cifra da cui partire.Poi è chiaro che c'è il problema dei contratti, degli investimenti, dei Lea, dei farmaci.

E nel caso aumenterereste i ticket?
Noi non vogliamo aumentare i ticket, assolutamente. Altra cosa è per le regioni in piano di rientro.

Intanto siamo al federalismo degli staterelli...
Il federalismo degli staterelli è stato un grave errore. Purtroppo spesso il titolo V è stato interpretato e praticato così. Ma con l'altra faccia della medaglia di un federalismo per abbandono dallo Stato. La situazione imponeva ormai la riforma costituzionale, tanto più con la crisi e la globalizzazione.

Nuovo federalismo promosso...
Io parlerei di regionalismo forte, non di federalismo, l'obiettivo dei padri costituenti. È questa adesso l'occasione per le regioni.

E lo Stato torna al centro...
Condivido il principio della supremazia dello Stato. Si sono chiarite le competenze, è giusto. Ma allo Stato al tempo stesso contesto ad esempio di non avere un piano sull'energia. La Toscana lo ha, lo faccia lo Stato. Lo stesso vale per le infrastrutture o i trasporti. Grandi questioni da affrontare di petto.

A cosa sta pensando?
Alla possibilità per le regioni di assumere competenze su tante materie e iniziative. Il nuovo art. 116 apre una via d'uscita all'autonomia speciale per materie su tante competenze.

A cosa pensa?
Ad esempio alla partita fondamentale della formazione. Su questo aspetto accetterei la sfida di chiedere un'autonomia speciale per la mia regione. Credo che dobbiamo cogliere la chance di un regionalismo differenziato nel quale, se dimostro di potercela fare su un certo terreno, lo Stato mi riconosce l'autonomia e se faccio male vengo commissariato. Ma in un quadro di unità nazionale.

Non sono troppe le regioni?
Dobbiamo superare un regionalismo così frammentato. A Bruxelles esistono regioni, come la Renania, con 17 mln di abitanti. Se non vogliamo parlare di accorpamento, cominciamo almeno a concepire di associare i servizi quando c'è un substrato sociale omogeneo. Venti regioni alla lunga non reggono più.

La Stato-regioni morirà?
Non credo. Il nuovo Senato sarà il salotto, ma ci sarà anche la cucina. Anche la forma-partito e la sua organizzazione deve cambiare? È vero. Abbiamo bisogno di costruire un partito in grado nei territori di selezionare le classi dirigenti, di avere progetti ed essere capace di visioni. Non c'è democrazia funzionante se non facciamo funzionare i partiti. O si cade nel trasformismo parlamentare.

È una piattaforma per la sua candidatura alla segreteria Pd nel 2017?
E uno dei punti su cui vorrei contribuire ad aprire un dibattito nel Pd.

La manovra 2016 le piace?
Sarebbe sbagliato non ricordare che dopo anni di manovre recessive, è la prima espansiva. E che riconoscendo interventi forti per settori decisivi dell'economia, rilancia quegli investimenti di cui il Paese ha bisogno come il pane. Dal 2008 abbiamo perso 800 mld di investimenti, 600 dei privati.

Non tutti sono contenti...
Restano nodi profondi. Come il Sud.. Va affrontato il problema della produttività, presto cruciale: ma per farlo devi dialogare con le forze sociali. O la povertà, per la quale era giusta la proposta di «Alleanza per la povertà» per un reddito d'inclusione sociale. Solo Italia e Grecia ormai non lo hanno.


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