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Spending review, non tagli lineari ma riorganizzazione

di Sergio Talamo

Spending review, ma come? Ormai siamo da troppo tempo nel tunnel della crisi per non doverci porre questa domanda, non solo per uscire dalla retorica del risparmio ad ogni costo ma anche per evitare che la stretta sulla spesa si tramuti in una partita di giro: se taglio i servizi, o anche solo funzioni organizzative interne alla struttura pubblica, posso produrre aggravi di spesa indiretti a carico sia dell'utente sia dello stesso ente. Gli effetti possono essere paradossali. Si pensi solo alla digitalizzazione, fattore essenziale della spending review, che però è prevista a spesa invariata e che quindi, se non sarà accompagnata da un'attenta riorganizzazione, finirà per essere pagata dal cittadino con nuovi aumenti del prelievo fiscale locale.

Bisogna puntare sulla riorganizzazione
La parola chiave della vera spending review non è solo la "revisione della spesa" contrapposta al più semplice e grossolano "taglio lineare". La parola è "riorganizzazione", cioè un processo spesso molto faticoso che mira a dare razionalità ed efficienza ad una funzione di interesse generale. Un percorso il cui valore è scontato, se si pensa a come molto spesso ai costi incontrollati corrisponda una scadente qualità del servizio (dai trasporti pubblici alla sanità, c'è solo l'imbarazzo della scelta). Altro problema aperto è il rapporto fra spesa corrente e investimenti. È spending review tagliare i costi di un'innovazione, ad esempio la scommessa dei social media come nuovo terreno di dialogo interattivo con il cittadino?
Intanto va detto che prima delle decisioni occorre un requisito che spesso manca: la visione d'insieme, quindi una programmazione seria che metta in luce tutto il tragitto dell'erogazione economica dell'ente, dalle grandi direttrici di spesa alle piccole ma diffuse spese superflue, quelle che il "buon padre di famiglia" dei manuali di diritto eliminerebbe con un tratto di penna. In un'intervista al Corriere della Sera, il sottosegretario alla PA Angelo Rughetti osserva che non possiamo tagliare in modo oculato se prima non scriviamo "un nuovo piano industriale della Repubblica Italiana che definisca quali sono i servizi di base che lo Stato deve riconoscere e garantire a tutti i cittadini". Per questa via, ad esempio, chiariremo una volta per tutte di quali partecipazioni di valore economico si debba occupare un ente pubblico, o se è corretto che le banche dati siano parcellizzate e non invece centralizzate per evitare sovrapposizioni di servizi e moltiplicazioni di costi. E andremo anche ad incidere sulla logistica: "La macchina amministrativa oggi occupa immobili per circa 20 milioni di metri quadrati (…) circa 80 mq per dipendente, con spese per affitti pari a 2 miliardi di euro".

Gli obiettivi
Programmazione, quindi. Per poi entrare nel merito dei "processi", che nella PA italiana sono storicamente non alleati del risultato, come dovrebbe essere, ma suoi antagonisti. In questo senso, fare spending con la riorganizzazione significa finalizzare il processo ad un obiettivo - la qualità del servizio - rendendo la citizien satisfaction, quindi il feedback dell'utente rilevato in modo attendibile, il principale criterio di riorientamento del servizio e quindi di riorganizzazione amministrativa. Appare chiaro a questo punto che la spending review non è un'azione isolata ma il cuore della policy pubblica. Occorre quindi evitare il gigantesco rischio di "partire dai soldi" e focalizzarsi invece sugli obiettivi.
Prendiamo ad esempio il contratto degli statali. Se si segue la semplificazione giornalistica in voga in questi giorni - "verso un rinnovo light, 1 miliardo in tutto" - si perderà l'ennesima occasione di investire delle risorse in un piano di reale sviluppo dell'azione pubblica. Per di più, all'indomani dell'approvazione della Riforma della PA dovrebbe essere naturale individuare obiettivi e strumenti per raggiungere i risultati di maggiore impatto: diritti digitali, semplificazioni, conferenza di servizi, snellimento dei processi e silenzio-assenso ecc. Con questo metodo, magari si scoprirebbe che per rendere funzionale alla riforma un rinnovo contrattuale così atteso, occorrerebbe non 1 miliardo ma 1 miliardo e mezzo. Siamo certi che quei 500 milioni in più sarebbero sottratti alla spending?

L'individuzione del decisore
Se poi passiamo dal livello governativo a quello degli enti locali, entra in campo un ulteriore problema: chi è davvero abilitato a decidere? Come fare, in altri termini, ad evitare il consueto approccio ragionieristico per cui, ad esempio, il taglio alla sanità coincide con il mancato acquisto di apparecchiature indispensabili per la cura del paziente? In questo quadro, molto interessante l'approccio suggerito da Roberto Formato nello spazio web Osservatorio sulla Spending Review, che richiama l'esperienza della Gran Bretagna. Con il manuale elaborato insieme alla London School of Economics e pubblicato nel 2009, si disegna un percorso di co-decisione per la scelta degli investimenti da parte delle comunità locali; in pratica, un confronto di natura "socio-tecnica" con gli stakeholder che garantisce qualità e praticità di investimenti e tagli.
"L'attuazione del modello - osserva Formato - già testato in numerose e rilevanti decisioni in diverse nazioni oltre la Gran Bretagna, consente di evitare la scappatoia della scelta dei grandi progetti che, come dimostrano noti e tristi vicende nostrane, sono quasi sempre ben lungi dal rappresentare una soluzione ottimizzante". Tale approccio inoltre, aumentando gli attori del processo decisionale, immunizza dalle scorciatoie di marca demagogica-mediatica. Esistono positivi esempi anche nel nostro Paese, che ci ripromettiamo di approfondire in successivi interventi.


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