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Solo ragioni oggettive legittimano la revoca di rappresentanti dell'ente locale in organi e istituzioni

di Tiziana Krasna

Il tema della nomina (e successiva revoca) dei rappresentanti degli Enti locali in seno a proprie istituzioni e organismi è al centro della decisione n. 972 del 29 luglio scorsodella seconda sezione del Tar Sardegna. Tema sul quale negli ultimi anni si è assistito a una rilevante e significativa evoluzione.

Il principio di diritto
Se è vero, per un verso, che, stando alla lettera dell’articolo 50 del Dlgs 18 agosto 2000, n. 267, le nomine a tali incarichi rappresentativi, in quanto di carattere fiduciario, parrebbero automaticamente travolte dall’elezione del nuovo Sindaco o presidente della Provincia, e che tale assunto è persino riaffermato in numerose leggi regionali dedicate alla disciplina delle singole istituzioni partecipate, è altrettanto vero che, secondo un condivisibile orientamento giurisprudenziale, confermato anche dalla sentenza 23 marzo 2007, n. 104, della Corte costituzionale, nell’ambito dell’eterogenea categoria degli “incarichi fiduciari” solo alcuni di essi (in particolare gli incarichi di carattere “squisitamente politico”, come ad esempio quello di Assessore) risultano del tutto sottratti al dovere di motivazione, mentre gli altri vi restano soggetti, specialmente in punto di revoca (cfr., ad esempio, Tar Lazio, Roma, 8 settembre 2014, n. 815, secondo cui “la natura di atto di alta amministrazione, a forte valenza fiduciaria…. non comporta l'esclusione dell'obbligo di motivazione, essendo chiuso nel sistema, dopo l'entrata in vigore della L. n. 241/1990, ogni spazio per la categoria dei provvedimenti amministrativi c.d. a motivo libero…”; si veda anche, tra gli altri, Consiglio di Stato, VI, 19 ottobre 2009, n. 6388).
In sostanza l’esercizio del potere di revoca non può avvenire ad libitum, richiedendo una motivazione specificamente rapportata alla fiduciarietà dell’incarico e volta, quindi, a illustrare le ragioni concrete per le quali il comportamento del rappresentante non è stato conforme agli indirizzi dell’ente che l’ha nominato o, comunque, tale da far venir meno il rapporto di fiducia.
Impostazione, questa, significativamente suggellata dall’impianto complessivo della normativa “anticorruzione” sulle inconferibilità/incompatibilità (Dlgs n. 39/2013), che ha specificamente vietato agli organi politici dell’ente locale di “rappresentare quest’ultimo in prima persona” in seno agli organismi e alle istituzioni cui l’ente partecipa (cfr. articoli 7 e 11).
Ciò evidenzia l’intento del legislatore di “slegare” l’esercizio delle due cariche, nel senso di garantire che la seconda possa essere svolta in modo sufficientemente autonomo e indipendente dalla prima, ancorché pur sempre nell’interesse dell’ente nominante, per cui le norme che regolano il conferimento e la revoca degli incarichi in questione non possono che essere interpretate alla luce di tale nuova disciplina, tenuto conto, fra l’altro, di quanto previsto dall’articolo 22 del Dlgs n. 39/2013, a mente del quale “1. Le disposizioni del presente decreto recano norme di attuazione degli articoli 54 e 97 della Costituzione e prevalgono sulle diverse disposizioni di legge regionale, in materia di inconferibilità e incompatibilità di incarichi presso le pubbliche amministrazioni, gli enti pubblici e presso gli enti privati in controllo pubblico”.
Ne consegue, quale effetto ultimo, che ai “delegati” a rappresentare l’ente locale debba essere riconosciuta una sfera minima di indipendenza dall’organo “delegante”, la quale si traduce nella necessità che la loro eventuale revoca non possa fondarsi esclusivamente sul “cambio di Commissario”, dovendo essere, invece, motivata su ragioni obiettive, desunte da comportamenti e fatti concreti, che abbiano comportato l’interruzione del rapporto fiduciario tra l’ente nominante e il proprio rappresentante.
Tale impostazione, valida sempre, assume rilievo ancora maggiore nelle ipotesi in cui la revoca dell’incarico sia stata effettuata, invece che da un organo politico in senso stretto, da un Commissario straordinario di una disciolta Provincia - titolare di un mandato specifico, non politico e di natura essenzialmente liquidatoria - nei cui confronti il carattere “puramente fiduciario” dell’incarico risulta meno conferente (cfr., anche su questo aspetto, la citata sentenza n. 717/2015 della medesima seconda sezione).

Il caso
Nella specie, era in contestazione la persistenza del mandato affidato da un presidente di Provincia a persona designata a rappresentare la Provincia in seno al Consiglio di amministrazione di un Consorzio industriale del territorio.

Argomenti, spunti e considerazioni
La decisione del Tar Sardegna persuade. Non tanto e non solo perché, come pure è vero, ai “delegati” a rappresentare l’ente locale debba essere riconosciuta una sfera minima di indipendenza dall’organo “delegante”, la quale si traduce nella necessità che la loro eventuale revoca debba essere motivata su ragioni obiettive, desunte da comportamenti e fatti concreti, che abbiano comportato l’interruzione del rapporto fiduciario tra l’ente nominante e il proprio rappresentante, ma anche - anzi, soprattutto – perché laddove, come nella specie, la revoca dell’incarico sia effettuata, invece che da un organo politico in senso stretto, da un Commissario straordinario di un ente pubblico (anche locale) - come tale, titolare di un mandato specifico, non politico e di natura essenzialmente liquidatoria - il carattere “puramente fiduciario” dell’incarico risulta meno conferente.


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