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Trasparenza amministrativa: luci e ombre dell'emendamento sul «Foia italiano»

di Sarah Ungaro

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Da diverso tempo, ormai, si discute sull'introdurre nel nostro ordinamento una normativa analoga a quella prevista dal Freedom of Informaction Act (Foia) statunitense, finalizzata a estendere il canone della trasparenza amministrativa introdotto dal Dlgs 33/2013 (Decreto Trasparenza): il confronto sembra aver trovato una sintesi nella riforma della Pa emanata con legge 7 agosto 2015, n. 124.

L’accesso civico
Prima di analizzare quali siano le nuove disposizioni che il nostro legislatore ha introdotto, è utile richiamare l’articolo 5 del Decreto trasparenza dedicato all’accesso civico, il quale stabilisce il diritto di chiunque di richiedere documenti, dati o informazioni, nei casi in cui sia stata omessa la loro pubblicazione obbligatoria da parte delle amministrazioni pubbliche.
Al di là degli obblighi di pubblicazione attualmente imposti dal Decreto trasparenza (e dalla Legge 190/2012, cd Anticorruzione), nel nostro ordinamento è stato introdotto già con l’articolo 22 della Legge n. 241/1990 il diritto di Accesso agli atti del procedimento amministrativo, definito come il diritto degli interessati (ossia coloro che possano vantare un interesse specifico, concreto e attuale nel procedimento amministrativo a cui i documenti si riferiscono) di prendere visione e di estrarre copia dei documenti amministrativi.

Diritto di accesso e tutela di dati personali
Peraltro, entrambe le tipologie di diritto di accesso devono trovare un bilanciamento con la tutela dei dati personali (e dunque con il Dlgs 30 giugno 2003, n. 196), in particolare di quelli sensibili e giudiziari, come previsto in particolare all’articolo 4 del Dlgs 33/2013 e dallo stesso articolo 22 della Legge n. 241/90.
Peccato che, analizzando il testo delle disposizioni appena introdotte con la legge di riforma della Pa, non si trovi alcun riferimento né alla tutela dei dati personali, né al Dlgs n. 196/2003.
Il testo approvato prevede infatti, al momento, che il Governo sia delegato ad adottare uno o più Decreti legislativi recanti disposizioni integrative e correttive del Decreto trasparenza, in materia di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni, nel rispetto dei princìpi e criteri direttivi stabiliti dall’articolo 1, comma 35, della Legge 6 novembre 2012, n. 190; ciò, in particolare, “fermi restando gli obblighi di pubblicazione, riconoscimento della libertà di informazione attraverso il diritto di accesso, anche per via telematica, di chiunque, indipendentemente dalla titolarità di situazioni giuridicamente rilevanti, ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, salvi i casi di segreto o di divieto di divulgazione previsti dall’ordinamento e nel rispetto dei limiti relativi alla tutela di interessi pubblici e privati, al fine di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche”.
Dal testo della riforma, dunque, non risulta alcun limite all’accesso di dati e documenti amministrativi (anche da parte di chi non possa vantare situazioni giuridicamente rilevanti o un interesse specifico, concreto e attuale sotteso alla richiesta di accesso), se non relativo alle ipotesi di segreto o di divieto di divulgazione.
Tale formulazione, in effetti, sembra non considerare quanto disposto dal comma 3 dell’articolo 19 del Codice per la tutela dei dati personali (Dlgs 196/2003), la quale stabilisce che “la comunicazione da parte di un soggetto pubblico a privati o a enti pubblici economici e la diffusione da parte di un soggetto pubblico sono ammesse unicamente quando sono previste da una norma di legge o di regolamento”. In effetti, il rischio è che in virtù della norma appena introdotta dalla Legge 124/2015 sia fortemente compromessa la tutela dei dati personali dei cittadini trattati dalle amministrazioni pubbliche.
Tale orientamento, paradossalmente, si pone poi in netta antitesi con quanto previsto attualmente nell’ordinamento statunitense, al quale il nostro legislatore sembra essersi ispirato per l’introduzione del “Foia italiano”. Negli Usa, infatti, il Freedom of Informaction Act è stato emanato nel 1966, ma nel corso degli anni ha subìto diverse importanti modifiche, tra cui quella del 1974 in seguito all’introduzione del Privacy Act, proprio nella prospettiva di contemperare la possibilità di accesso incondizionato ai documenti governativi - secondo il canone della total disclosure - con la tutela della privacy e della riservatezza dei cittadini coinvolti.


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