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Statuti autonomi, un obiettivo mancato

di Vittorio Italia

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Gli statuti dei Comuni, che avevano fatto sorgere molte speranze per l’autonomia di questi Enti, hanno perduto il loro “smalto” politico e giuridico. Essi sono ora paragonabili ai gonfaloni comunali, che vengono esposti in occasione di qualche cerimonia pubblica, ma che non incidono sull’organizzazione e sull’attività di questi Enti. Quale è la ragione dell’“appannamento” di questi statuti?

Lo statuto come norma fondamentale organizzatoria
Lo statuto (da sta, stare, come la parola Statuto e Costituzione) indica qualcosa di stabile, di duraturo e definisce le norme fondamentali dell’organizzazione di un Ente. Esso, riferito ai Comuni, avrebbe dovuto considerare - come proposto nell’articolo 5 della legge 142/1990, e poi nell’articolo 6 Dlgs 267/2000 - gli aspetti organizzatori, e quindi le attribuzioni degli organi, ed i criteri generali sull’organizzazione di questi Enti. Ma il contenuto dello statuto è stato deviato, sia ad opera degli stessi Comuni, sia per gli interventi legislativi invasivi dello Stato e delle Regioni.

Obiettivi etici e politici degli statuti e interventi delle leggi statali e regionali
Molti statuti dei Comuni contengono obiettivi e finalità che sono, di per sé, degni di approvazione, ma che appaiono al di fuori delle competenze dei Comuni. Ad esempio, sono previsti gli obiettivi e le finalità della pace, dell’antinucleare, della fraternità dei popoli, dell’eguaglianza sostanziale, ecc., e su queste finalità sono state espresse tesi opposte.
Da un lato, si è affermato che queste finalità ed obiettivi sono troppo ampi perché possano essere realizzati dal Comune, e - a parte le spese che questi obiettivi di carattere internazionale comportano - sono soltanto dichiarazioni politiche velleitarie, che ricordano l’antica favola della rana e del bue.
Dall’altro lato, si è obiettato che lo statuto è la “voce” della comunità locale, che può quindi esprimersi in questa “carta fondamentale”, e lo statuto è l’immagine di una comunità, con la sua storia, le sue tradizioni, i suoi desideri e le sue aspirazioni.
La ragione più importante dell’“appannamento” degli statuti è però dipesa dagli interventi legislativi dello Stato, ed anche dalle Regioni che hanno stabilito delle regole (ad es., in materia di commercio) ai quali gli statuti ed i regolamenti dei Comuni devono ottemperare, e tali regole legislative non sono regole “di principio” come è stato indicato espressamene dall’articolo 1, comma 3, del Dlgs 267/2000, che impone alla legislazione dello Stato di “enunciare espressamente i princìpi che costituiscono i limiti inderogabili per la loro autonomia normativa”.

Lo “spazio” degli statuti dei Comuni
Gli statuti dei Comuni devono quindi trovare ancora un loro “spazio”, che non è quello di un ente che si ritiene dotato di sovranità, e che non è neppure quello di un semplice organo dello Stato.
Lo statuto del Comune deve avere una sua autonomia organizzatoria, ed in tale spazio di autonomia indicato dalle leggi dello Stato (ad es. il numero degli assessori, la composizione delle Commissioni, le parità di genere, ecc.) il Comune può esprimere le sue scelte discrezionali. Lo statuto ha poi la sua “ragione” ed il suo “spazio” nella valorizzazione delle caratteristiche economiche e sociali della comunità, ad esempio per l’attività artigianale, turistica, industriale, agricola dell’ente. Lo statuto deve quindi esprimere, sia pure attraverso il linguaggio giuridico, l’“anima del Comune”.

Conclusioni
Il nuovo Testo unico degli Enti locali deve trovare un punto di equilibrio in questa materia statutaria, evitando che si prosegua nella contraddittoria situazione attuale, di statuti comunali che enunciano obiettivi che il Comune non potrà raggiungere, mentre gli statuti che prevedono gli obiettivi amministrativi del Comune sono dominati dalle leggi dello Stato, ed in parte delle leggi delle Regioni.
In queste leggi viene imposto ai Comuni di “adeguare i propri ordinamenti” a quanto stabilito nelle leggi statali, ed il termine “adeguare” è significativo, perché deriva da: “solo adaequare” “livellare al suolo”, ed era utilizzato in passato per indicare le città sconfitte che erano “rase al suolo”.


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