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Soggetti in perdita, responsabilità del socio pubblico e avvertenze per l'uso

di Michele Nico

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Tra le finalità strategiche del sistema di controllo sulle partecipate previsto dall'articolo 147-quater del Tuel vi è quella di prevenire il fenomeno delle società in perdita, mediante azioni correttive del socio pubblico volte a correggere la gestione inefficiente del soggetto partecipato. Si tratta, a ben vedere, di un fenomeno radicato e diffuso che il legislatore – sotto la spinta della Corte dei conti – ha inteso contrastare sia con l'articolo 6, comma 19 del Dl 78/2010 convertito dalla legge 122/2010, recante il divieto per l'ente locale di eseguire aumenti di capitale a favore delle società in perdita, sia con l'articolo 14, comma 32 dello stesso Dl n. 78 – poi abrogato dall'articolo 1, comma 561, della legge 147/2013 – che sanciva l'obbligo di dismissione delle società in perdita, a carico degli enti locali con una popolazione inferiore a 30 mila abitanti.

I criteri della legge di stabilità 2014
In alternativa all'obbligo generalizzato, la legge 147/2013 (legge di stabilità 2014) ha stabilito diverse misure volte a penalizzare le gestioni degli organismi partecipati in perdita, e segnatamente:
a) «il conseguimento di un risultato economico negativo per due anni consecutivi rappresenta giusta causa ai fini della revoca degli amministratori», salvo il caso in cui la perdita d'esercizio sia coerente con un piano di risanamento preventivamente approvato dall'Ente controllante (articolo 1, comma 554);
b) il compenso degli amministratori viene decurtato del 30%, qualora in esito alla loro gestione l'organismo partecipato abbia registrato un risultato economico negativo per tre esercizi consecutivi (articolo 1, comma 554);
c) l'Ente partecipante ha l'obbligo di accantonare nel proprio bilancio un apposito fondo vincolato, d'importo pari alla perdita d'esercizio, e in misura proporzionale alla sua quota di partecipazione, secondo un meccanismo di calcolo predeterminato (articolo 1, commi 551-552).
d) a decorrere dall'esercizio 2017, un risultato negativo per quattro esercizi comporterà l'obbligo di mettere in liquidazione il soggetto partecipato entro sei mesi dalla data dell'ultimo bilancio approvato, con l'avvertenza che, nel caso di mancato avvio della procedura entro detto termine, «i successivi atti di gestione [del soggetto partecipato] sono nulli e la loro adozione comporta responsabilità erariale dei soci» (art. 1, comma 555).

Le linee guida della Corte dei conti
In tale contesto è senz'altro utile richiamare le linee guida approvate dalla Corte dei conti, Sezione Autonomie, con deliberazione n. 4/SEZAUTO/2013/INPR, nonché le indicazioni fornite dalla stessa Corte, sezione di controllo per il Veneto, con deliberazione n. 903/2012/INPR, là dove – in relazione appunto alle modalità di attuazione dell'articolo 147-quater – si evoca il preciso dovere degli enti locali, in caso di gestioni connotate da risultati negativi (soprattutto se reiterati) di riconsiderare «la permanenza delle condizioni di natura tecnica e/o di convenienza economica nonché di sostenibilità politico-sociale che giustificarono (o che comunque avrebbero dovuto giustificare) a monte, la scelta di svolgere il servizio e di farlo attraverso moduli privatistici».
Se la partecipata chiude sistematicamente il bilancio in rosso, scatta dunque un vero e proprio dovere dell'ente di avviare idonei processi di riorganizzazione, non tanto in ottemperanza a un espresso obbligo di legge, quanto invece per l'esigenza di informare sempre l'azione della PA ai principi di sana ed efficiente gestione economica, dando corso all'impiego delle risorse pubbliche in modo da garantire la remunerazione del capitale investito.
Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, come mai la platea delle società pubbliche, in larga parte composta da soggetti a socio unico, nonché beneficiari di affidamenti in house – e dunque avvantaggiati dal fatto di operare sistematicamente in mercati protetti, al riparo della concorrenza – pur tuttavia registrino molte gestioni improduttive e perdite d'esercizio.
La risposta è dovuta al fatto che nelle partecipate il costo del lavoro ha assunto un peso determinante sull'intero costo della produzione, divenendo un fattore penalizzante capace di condizionare negativamente il rendimento degli altri fattori della produzione.
Nella relazione 2014 sugli organismi partecipati della Sezione Autonomie (deliberazione n. 15/SEZAUT/2014/FRG) la magistratura contabile ha rilevato valori medi più elevati di incidenza del costo del personale sul costo della produzione negli organismi a totale partecipazione pubblica (37,16%), laddove il dato complessivo medio evidenzia una percentuale del 30,33%.
Si tratta di un divario enorme che oltretutto dimostra, in maniera inequivocabile, il fallimento dei vincoli assunzionali e delle politiche di contenimento del costo del lavoro nei confronti delle società pubbliche


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