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Palazzo Spada salva la prescrizione quinquennale per i risarcimenti ante riforma

di Paola Cosmai

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Il termine decadenziale di 120 giorni previsto, per la domanda di risarcimento per lesione di interessi legittimi, dall'articolo 30, comma 3, del Codice del processo amministrativo, non è applicabile ai fatti illeciti anteriori all'entrata in vigore del Cpa, per i quali, pertanto, vige quello di prescrizione. Questo il chiarimento importante che arriva dalla'Adunanza plenaria del Consiglio di Stato con la recente decisione 6 luglio 2015 n. 6.

La questione
Al di là della complessa specifica vicenda sviluppatasi nell'arco dell'ultimo decennio e da cui origina la remissione all'Adunanza plenaria della questione inerente il regime di estinzione del diritto o dell'azione per il risarcimento dei danni dopo l'entrata in vigore del nuovo codice del processo amministrativo, ciò che rileva è la chiarezza argomentativa con la quale i giudici hanno risolto il problema. Viene riconosciuto il più ampio termine di prescrizione quinquennale ex articolo 2947 del Codice civile o quello più breve di decadenza di 120 giorni dal passaggio in giudicato della sentenza che annulli il provvedimento foriero del danno, a seconda che, rispettivamente, si tratti di fattispecie perfezionatesi prima o dopo la vigenza dell'articolo 30 del Cpa.

Le tesi a confronto
Due le tesi contrapposte formatesi al riguardo.
La prima, maggioritaria, che muovendo dal principio di irretroattività delle leggi, opta per l'inapplicabilità dell'articolo 30 alla fattispecie di illecito perfezionatesi prima dell'entrata in vigore del nuovo codice di rito (si vedano, tra le tante, le sentenze del Consiglio di Stato, 4 febbraio 2014 n. 524; 22 gennaio 2014 n. 297 e 29 novembre 2011 n. 6296).
La seconda, antitetica , che, sostenendo la natura processuale della disposizione de qua, la applica anche a quelle sorte in precedenza, ma in itinere in base al principio del tempus regit actum (si vedano le sentenze Consiglio di Stato, 22 maggio 2014 n. 2635 e Tar Torino, 2 maggio 2015 n. 746).

Gli approdi della Plenaria di Palazzo Spada
La Plenaria, fugando ogni dubbio, avalla l'impostazione maggioritaria osservando che il termine decadenziale introdotto dal menzionato articolo costituisce un'innovazione rispetto alla precedente disciplina prescrizionale, che si traduce in una compressione del potere di azione giudiziale e, per l'effetto, del diritto al risarcimento dei danni cagionati dall'illegittimo uso del potere pubblico.
La novella, pertanto, si configura quale norma di natura mista, sostanziale a valenza processuale, la qual cosa osta alla sua retroattività, ai sensi dell'articolo 11, delle preleggi al Codice civile, altrimenti sostanziandosi, in assenza di qualsivoglia previsione espressa, nella creazione pretoria di un nuovo termine decadenziale, caratterizzato da un diverso dies a quo. Tra l'altro tale estensione dell'applicazione temporale dell'articolo 30 del Cpa, ledendo il principio del legittimo affidamento del privato ne determinerebbe una frustrazione irragionevole e imprevedibile delle aspettative di tutela, in spregio ai canoni comunitari e costituzionali di pienezza ed effettività della giustizia.
L'approdo interpretativo, peraltro, risulta avallato, da un lato, dall'articolo 2, dell'Allegato 3, del Codice di rito amministrativo, a mente del quale «per i termini che sono in corso alla data di entrata in vigore del codice continuano a trovare applicazione le norme previgenti» e, dall'altro lato, dalle esigenze di chiarezza della regolazione dei rapporti giuridici anteriori alla sua entrata in vigore evidenziati nella Relazione di accompagnamento al Cpa. A tanto dovendo aggiungersi il placet della Consulta che, con la decisione 31 maggio 2015 n. 57, ha ritenuto che il menzionato articolo 2, dell'Allegato 3, «non è altrimenti interpretabile che nel senso della sua riferibilità anche (e a maggior ragione) all'ipotesi di successione tra un termine sostanziale, qual è quello di prescrizione, e un termine processuale precedentemente non previsto, quale appunto il termine di decadenza sub art. 30 citato, essendo una diversa lettura della predetta disposizione (nel senso, restrittivo, della sua riferibilità solo a termini processuali «in corso») innegabilmente contra Constitutionem, per la compromissione, che ne deriverebbe, non solo della tutela ma della esistenza stessa della situazione soggettiva (così, da ultimo, anche Consiglio di Stato, sezione III, 22 gennaio 2014, n. 297)».


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