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Il Comune risarcisce il danno al dipendente mobbizzato dal superiore

di Maurizio Tatarelli

Il Comune, ancorché organo politico, risponde, ai sensi dell'articolo 2049 del Cc, del danno biologico e professionale subito dal dipendente in conseguenza del comportamento mobbizzante posto in essere dal superiore gerarchico, ove i suoi responsabili politici siano rimasti colpevolmente inerti alla rimozione del fatto lesivo, tollerandolo pur essendone a conoscenza. Lo ha affermato la sezione Lavoro della Cassazione con la sentenza n. 10037/15.

La fattispecie decisa
La dipendente di un ente territoriale ha agito in giudizio contro il Comune datore di lavoro e il proprio superiore gerarchico, per ottenere il risarcimento del danno biologico e professionale, deducendo di essere stata vittima di condotte vessatorie poste in essere dal secondo con la tolleranza del primo, causative di una grave malattia, la psicosi paranoide. Radicatasi la lite, la domanda è stata accolta dal tribunale e la decisione confermata dalla corte territoriale.
I giudici del merito hanno ascritto la patologia denunciata alle condotte poste in essere dal superiore, concretanti la fattispecie del mobbing, note e tollerate dai responsabili politici dell'ente, all'uopo valorizzando sia gli esiti di due consulenze tecniche, una delle quali espletata in sede penale, sia le risultanze della prova testimoniale.

L'orientamento della Cassazione
La Suprema Corte, rigettando il ricorso delle parti soccombenti, ha ribadito la correttezza dell'accertamento, evidenziando:
a) la sussistenza della fattispecie del mobbing, in ragione della presenza contestuale dei sette parametri tassativi di riconoscimento del fenomeno, rappresentati dall'ambiente, dalla durata, dalla frequenza, dal tipo di azioni ostili, dal dislivello tra gli antagonisti, dall'andamento secondo fasi successive, dall'intento persecutorio, in un contesto lavorativo nel quale la prova testimoniale aveva confermato la sottrazione delle mansioni, la conseguente emarginazione, lo spostamento senza plausibili ragioni da un ufficio all'altro, l'umiliazione di trovarsi subordinata ad un lavoratore che in precedenza era un proprio sottoposto, l'assegnazione a un ufficio aperto al pubblico senza possibilità di lavorare, circostanza che rendeva ancor più cocente l'umiliazione stessa;
b) la configurabilità della responsabilità risarcitoria non solo in capo all'autore dei comportamenti mobbizzanti ai sensi dell'articolo 2043 del Cc, ma anche a carico del datore di lavoro per violazione dell'articolo 2049 del Cc, avendo questi omesso di intervenire e di porre fine alle condotte delle quali era a conoscenza, correttamente desumendosi quest'ultima circostanza dalla durata e dalle modalità delle condotte stesse.


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